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L’archeologia vista dall’alto: intervista ad Alfredo Moraci

di Redazione

Il mondo dei droni e quello dei beni culturali si incontrano sempre più spesso. Infatti sono molte le applicazioni dei velivoli remoti nel campo della mappatura, nel ritrovamento e nella conservazione di reperti archeologici. Grazie a tecniche quali la fotogrammetria aerea e le mappature LIDAR, integrate con georadar e sistemi di intelligenza artificiale, l’archeologia ha guadagnato in questi anni molti strumenti in più.

Abbiamo approfondito il ruolo della tecnologia in questo campo, con un professionista del settore, il dottor Alfredo Moraci, archeologo e amministratore di Spiron Heritage and Survey, specializzato nell’uso di droni e georadar nell’investigazione di siti archeologici.

Tecnologie come droni e georadar sono diventati parte della ricerca archeologica. Può raccontarci il ruolo che tali strumenti hanno nella sua esperienza professionale?

Queste tecnologie mi permettono di lavorare in modo più agevole. Ad esempio, la velocità d’impiego del drone è diventata un aspetto fondamentale nei cantieri di archeologia preventiva, in quanto consente di rilevare, in poco tempo, anche grandi superfici, così da ottimizzare le tempistiche.

Invece, il georadar facilita la pianificazione di una campagna di scavo, selezionando le aree più promettenti da investigare. Le prospezioni geofisiche rappresentano un potente strumento di indagine per esplorare il sottosuolo in modo non invasivo. Queste tecniche consentono di ottenere informazioni preziose sulle caratteristiche delle strutture sepolte, senza effettuare operazioni di scavo, che potrebbero rivelarsi costose e distruttive. Tali indagini sono particolarmente raccomandate in aree scarsamente urbanizzate. È importante notare che le prospezioni geofisiche sono più efficaci quando si ha una conoscenza pregressa della tipologia strutturale dei resti sepolti e della loro profondità approssimativa.

In che modo le nuove tecnologie impattano il mestiere dell’archeologo?

Partiamo dal presupposto che il termine “nuove tecnologie” può essere fuorviante.

I droni sono entrati nel mondo commerciale da circa 15 anni, quando una nota marca cinese ha avuto accesso al mercato europeo, rendendo questa tecnologia più accessibile in termini economici. 

Le così dette nuove tecnologie, in realtà, non si basano su elementi innovativi. La fotogrammetria, ad esempio, ha origine nell’800. Il GIS e il georadar, invece, sono utilizzati da decenni in ambito militare e nella ricerca mineralogica, e solo recentemente sono stati commercializzati per uso civile. Pertanto, non si dovrebbe parlare di nuove tecnologie, ma di tecnologie in continuo aggiornamento.

Il loro impatto in ambito archeologico è importante, in particolare, per quanto concerne la velocità di acquisizione di grandi quantità di dati geospaziali.

In sintesi, le nuove tecnologie hanno trasformato il mestiere dell’archeologo migliorando la precisione, accelerando il processo di ricerca e aprendo nuove possibilità interpretative. Tuttavia, è essenziale che gli archeologi usino queste tecnologie per rispondere a quesiti, arrivando sempre a una interpretazione del dato finale.

Quali sono le difficoltà principali nell’uso di droni nella ricerca archeologica?

La portabilità e la diffusione a uso commerciale dei droni hanno favorito un loro largo impiego. Tuttavia, per quanto riguarda gli archeologi professionisti, bisogna porre molta attenzione alle nuove regole per l’utilizzo, perché in continuo mutamento. Inoltre, è necessario pianificare attentamente le missioni di volo, così da richiedere le dovute autorizzazioni per le zone vincolate.

Infine, per quanto riguarda il rilievo aerofotogrammetrico non si può prescindere dalla conoscenza di tutti gli aspetti di geodesia, per una corretta sovrapposizione dei fotogrammi.

Insomma, per quanto possiamo essere archeologi non dobbiamo dimenticare che questo tipo di tecniche appartengono ad altre discipline. Pertanto, bisogna studiare, ma ne vale la pena!

Ci sono invece delle opportunità offerte dai nuovi mezzi tecnologici che il mondo della ricerca deve ancora cogliere?

La risposta è sì, il mondo della ricerca ha la sua essenza nella sperimentazione, ma bisogna favorire il dialogo tra diversi saperi e conoscenze.

La tecnologia offre opportunità anche per la conservazione di reperti e siti?

Assolutamente sì, il remote sensing ci ha permesso di ricostruire monumenti andati perduti (mi riferisco, ad esempio, al tempio di Palmyra), o piccoli oggetti in formato 3D.

Inoltre, è impossibile non menzionare l’Intelligenza Artificiale, le cui tecniche possono essere impiegate per analizzare grandi quantità di dati archeologici, migliorando la capacità d’identificare pattern, collegamenti e correlazioni tra diverse scoperte. Tutto ciò potrebbe accelerare il processo di ricerca e portare a nuove interpretazioni.

Quali sono secondo lei i prossimi sviluppi in campo archeologico favoriti dai mezzi messi a disposizione dagli UAS e dalle funzionalità di Digital Mapping?

Stiamo iniziando a utilizzare il LIDAR per mappare sempre più porzioni di territorio. Questo strumento è straordinario, perché ci permette di permeare la vegetazione, ottenendo dei modelli di superficie con 5 cm di errore metrico, e con risultati impensabili fino a poco tempo fa.

Più in generale, l’uso combinato di droni e tecnologie di digital mapping sta trasformando le metodologie d’indagine, consentendo, in modo più efficiente, rapido e dettagliato, l’esplorazione, il monitoraggio e la documentazione dei siti archeologici.


Alfredo Moraci, archeologo di I fascia, dopo la Laurea in Archeologia presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, ha proseguito la formazione con un Dottorato e due Master, oltre ad aver ottenuto il Diploma della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici. Con Spiron Heritage and Survey, in qualità di amministratore, si occupa di indagini archeologiche e territoriali, ed è specializzato nell’acquisizione, nel rilevamento e nella digitalizzazione di siti archeologici e beni culturali, tramite laser scanner, fotogrammetria, LIDAR e immagini da drone. Oltre ad essere attivo nel campo della ricerca, è il direttore del Museo Tuscolano Scuderie Aldobrandini di Frascati e del Museo Archeologico di Fondi.

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Aggiornato il 02/27/2024

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