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Qual è il futuro del settore dei droni? Intervista a Paola Olivares

di Redazione

Il mercato dei droni è in continua evoluzione. Il settore ha iniziato a svilupparsi per poi incontrare, come tutte le attività, d’altronde, una battuta d’arresto dovuta alla pandemia. Ma i dati sono positivi, così come la fiducia dei principali attori del settore e di coloro che, invece, hanno deciso di entrarne a far parte da poco. Si tratta di un mercato nuovo, in via di sviluppo e, sotto molti punti di vista, ancora in fase embrionale, motivo per cui ci vorrà del tempo per vederne una crescita importante e, soprattutto, per raccogliere nel quotidiano i frutti dell’utilizzo di questa tecnologia.

Fuori discussione è l’utilità che in numerosi settori l’utilizzo di un drone può avere nell’agevolare processi altrimenti usuranti o pericolosi. Servono investimenti, serve adeguare la normativa, e, soprattutto in questa prima fase, serve creare consapevolezza, far conoscere questa tecnologia e darle sempre più valore agli occhi di tutti.

Di questo e di tanto altro ci ha parlato Paola Olivares, direttrice dell’Osservatorio Droni e Mobilità Aerea Avanzata, punto di riferimento del Politecnico di Milano per lo studio e il monitoraggio del settore UAS (Unmanned Aerial Systems) a livello italiano e internazionale.

Dott.ssa Olivares, quali sono stati i risultati principali della ricerca svolta lo scorso anno?
«Partendo dal mercato si registra un ottimismo piuttosto diffuso: nel 2021 il segmento professionale ha raggiunto un valore di 94 milioni di euro, con un incremento importante rispetto al 2020, in cui valeva 73 milioni. Non è tornato ancora ai livelli pre-COVID, considerato che nel 2019 aveva un valore stimato di 117 milioni di euro, ma il trend è sostanzialmente di crescita. Questa impressione è stata confermata dalle aziende che operano nel settore. Infatti, secondo le previsioni dell’85% di loro, il mercato sarà fortemente in crescita entro i prossimi tre anni.

Un secondo risultato è legato, invece, alle applicazioni professionali dei droni. Tutti gli anni realizziamo un censimento di casi applicativi a livello internazionale e abbiamo mappato, tra il 2019 e il 2021, 755 casi, più di 300 relativi all’ultimo anno. Un numero un po’ inferiore nel 2020, sempre a causa della pandemia, e la restante parte legata al 2019. Abbiamo categorizzato questi casi applicativi in due segmenti principali: da un lato quello operativo, che racchiude 550 casi, abitato da droni di piccola e media taglia (fino ai 25 kg di peso). È un mercato in cui i droni possono portare un valore aggiunto a settori più tradizionali, ad esempio all’ispezione nell’ambito delle utility, e ha raggiunto una buona efficienza ed efficacia.

Ci sono tuttavia ancora ampi margini di miglioramento, che possono essere introdotti sul fronte tecnologico, così come su quello normativo, che potrebbero sbloccare un importanti applicazioni. Gli altri 205 casi appartengono al mercato dell’Advanced Air Mobility, trasporto di merce e persone con droni e servizi abilitanti. Qui, cambia molto la taglia dei droni. Stiamo parlando di droni che possono pesare fino a centinaia di chilogrammi. È un mercato completamente emergente, poiché devono ancora svilupparsi la tecnologia, i modelli di business, le regole della normativa, ecc. É un mercato molto interessante ma ancora completamente in divenire.

Un ultimo risultato riguarda le prospettive per i prossimi anni. Ci sono un paio di cantieri su cui, secondo noi, è opportuno lavorare. Da un lato, lo sviluppo del volo BVLOS, quindi tutte le operazioni svolte con il drone oltre la linea di vista del pilota. Nel 2021 in Italia sono state concesse dall’ENAC undici autorizzazioni, un numero troppo basso per rendere questa modalità di uso comune nelle attività con i droni. É molto importate lavorare per velocizzare e snellire i processi autorizzativi. L’altro cantiere su cui vale la pena lavorare è lo sviluppo del volo autonomo, ovvero di quei sistemi di navigazione e controllo che permettono al drone, dato un obiettivo, di organizzare in autonomia la rotta, evitando gli ostacoli e arrivando a destinazione. Questo sarebbe molto utile per tutto il mercato legato all’Advanced Air Mobility.

Su questo tema sta lavorando il JARUS, Joint Authorities for Rulemaking on Unmanned Systems, ente sovranazionale che raduna le autorità aeronautiche di oltre sessanta Paesi. In un loro tavolo di lavoro è stato sviluppato un sistema a sei livelli di autonomia, che prevede il passaggio da una situazione di completa manualità in cui è il pilota a svolgere la grand parte del alvoro a una di completa autonomia, passando per tutti i livelli intermedi che possano aiutare sia la tecnologia che la normativa a evolvere».

Qual è lo stato del mercato professionale dei droni in Italia confrontato con il contesto internazionale?
«Il mercato italiano, se guardiamo il fronte dell’offerta, è ancora piccolo. È costituito da un numero contenuto di attori, circa 700, che sono quasi tutte le piccole o piccolissime dimensioni (l’81% di queste imprese ha meno di dieci dipendenti). Stiamo parlando di un mercato che necessita della spinta innovativa tipica di una startup, ma che, di contro, presenta tutti i problemi che la dimensione ridotta porta con sé come il reperimento dei fondi o la fragilità finanziaria. È una situazione abbastanza diffusa anche negli altri Paesi, con rare eccezioni di aziende già più grandi e consolidate.

Quello che abbiamo visto ad oggi è che le aziende più grandi e più strutturate tendono ad avere un’industrializzazione della produzione e quindi a offrire droni standard, utili per applicazioni semplici. Quando è però necessario sviluppare un’applicazione più complessa, non si può prescindere dal rivolgersi a un produttore magari più piccolo ma che dispone di competenze più specifiche e che può quindi costruire il drone sulla base delle esigenze dell’impresa».

In che modo il contesto normativo influisce sulla eventuale disparità di sviluppo del mercato in un Paese piuttosto che in un altro?
«Sicuramente il tema normativo è molto sentito. In realtà, a livello italiano ci eravamo mossi abbastanza presto sul tema: la prima regolamentazione ENAC risale al dicembre 2013. Muoversi per primi aiuta sicuramente a sviluppare competenze prima di tanti altri ma, come spesso accade, comporta l’adeguarsi alle regole comuni quando queste vengono stabilite. Da qui le moltissime revisioni alla normativa nostrana. Adesso con la regolamentazione è unica a livello europeo con il regolamento EASA entrato in vigore a dicembre 2020».

In Italia, quali sono i settori di applicazione dei droni più maturi e in che direzione vanno?
«A livello italiano, il settore di maggiore applicazione è quello pubblico. L’avvento della pandemia, ha messo in luce le potenzialità della tecnologia grazie all’utilizzo dei droni per effettuare monitoraggi (ad esempio della popolazione) o per diffondere comunicazioni. Ne stanno facendo un utilizzo importante anche la polizia locale e gli enti che si occupano di salvaguardia ambientale.

Guardando agli ambiti applicativi, sono abbastanza mature le ispezioni e i sopralluoghi effettuati nell’ambito delle utility (energy e oil&gas). La tecnologia è pronta per rendere efficienti queste operazioni e le aziende del settore ne comprendono i benefici. Alcuni esempi sono le ispezioni delle linee elettriche o delle pipeline. Su queste, chiaramente, lo sviluppo del volo BVLOS cambierebbe le cose permettendo uno svolgimento più rapido ed efficace delle operazioni.

Un ulteriore settore maturo da un punto di vista applicativo e tecnologico, anche se i progetti sono poco diffusi, è quello agricolo. I droni sono pronti, sia per il monitoraggio dei campi che per l’erogazione di sostanze, come lo spargimento di fertilizzanti o di insetti utili. La tecnologia c’è, gli strumenti per sviluppare le applicazioni ci sono, ma c’è ancora una forte resistenza da parte delle aziende agricole, che non ne capiscono l’effettivo beneficio oppure sono troppo piccole per fare un investimento in questo senso».

Sappiamo che l’Italia è uno dei Paesi più all’avanguardia in tema di Advanced Air Mobility, ma a che punto siamo con il settore dell’Urban Air Mobility & Delivery? Qual è, invece, il quadro internazionale?
«L’Italia è avanti, nel senso che siamo tra i primi in Europa ad avere un piano che dice come intendiamo introdurre questi nuovi servizi. L’ENAC a settembre scorso, ha pubblicato un piano realizzato grazie alla consultazione dei principali portatori di interesse, a cui ha preso parte anche l’Osservatorio, che delinea una roadmap di progressiva introduzione di servizi di consegna merce e trasporto passeggeri tra il 2021 e il 2030. Oltre che dal punto di vista stratetico, siamo avanti sul fronte dell’entusiasmo. L’interesse sul tema è molto alto soprattutto sul trasporto di materiale medico e sanitario che potrebbe portare chiari benefici in termini di riduzione dei tempi di intervento e quindi permettere di salvare delle vite.

Siamo invece più indietro sui fronti normativo e tecnologico che richiederanno più tempo per potersi consolidare. In ogni caso, penso che l’avere una strategia ben definita conti molto di più e sia il primo passo necessario per realizzare questi servizi».

Lo scorso 7 luglio si è svolto il primo workshop di questo anno di ricerca. Si è parlato di leve e ostacoli che accelerano o rallentano l’introduzione e la diffusione di questa tecnologia. Cosa è emerso?
«Abbiamo provato a ragionare su un modello che considera cinque variabili fondamentali, che permettono di passare da un non utilizzo di droni a un utilizzo integrato con i processi aziendali. Queste variabili sono: lo stato di attuazione dei progetti, l’organizzazione e le competenze interne, le collaborazioni che si riescono a stringere con attori esterni, la tecnologia, la raccolta e l’utilizzo dei dati. Abbiamo chiesto ai partecipanti di mappare la propria situazione attuale e prospettica sui cinque assi e di indicare leve e barriere per passare da uno stato as-is a uno to-be desiderato.

È ovviamente emerso in modo forte il tema normativo sotto diversi aspetti: l’arretratezza della normativa rispetto alla tecnologia, le frequenti modifiche della regolamentazione, la lentezza autorizzativa. Altro tema dibattuto è la scarsa conoscenza delle potenzialità e dei benefici che questa tecnologia può offrire a livello di domanda. Importante poi anche lo sviluppo di sistemi che possano integrare i droni nel tradizionale spazio aereo. Infine, è molto importante anche il tema delle risorse di cui le aziende più piccole non dispongono. Sul fronte delle leve, si è parlato positivamente delle sperimentazioni così come delle molteplici prospettive di crescita del mercato, ad esempio nell’utilizzo di droni per la raccolta di dati».

Parlando di normativa, gli enti istituzionali hanno instaurato un rapporto di sinergia con l’Osservatorio? Se sì, quale direzione sta prendendo questa collaborazione?
«Prima di partire con l’Osservatorio, siamo andati a bussare alla porta dell’ENAC e dell’ENAV con la convinzione che, senza il loro supporto, non sarebbe stato opportuno provare a lanciare un Osservatorio di questo tipo. Abbiamo trovato subito apertura e entusiasmo e abbiamo intavolato una collaborazione molto proficua e fattiva che dura da quattro anni. L’Osservatorio può infatti essere un luogo in cui confrontarsi in anteprima sulle modifiche normative, sui bisogni del mercato, in cui raccogliere i problemi e le necessità delle aziende e portarli a un livello superiore».

Quali saranno e quando si terranno i prossimi workshop?
«Il prossimo workshop si svolgerà il 4 ottobre e sarà focalizzato sul tema dell’Advanced Air Mobility: l’idea è di fare un punto della situazione sullo stato di avanzamento di questi progetti a livello internazionale, con un focus anche sulla parte di sviluppo di infrastrutture di decollo e atterraggio dei droni, fondamentali per lo sviluppo dei servizi.

Il workshop successivo si svolgerà il 30 novembre e metterà a tema la tecnologia: dalla differenza tra applicazione indoor e applicazione outdoor al tema del volo BVLOS e come svilupparlo. Questo non è un tema prettamente tecnologico, però approfitteremo dell’occasione per provare a ragionare insieme ad ENAC sulle modalità di snellimento e miglioramento del processo autorizzativo. In ultima battuta, vorremmo anche parlare di dati raccolti con i droni, facendo una verticalizzazione sul tema della remote sensing, quindi sull’integrazione tra droni e satelliti.

Ci sarà poi l’evento finale, il 21 febbraio 2023 con la sintesi di tutti i risultati raggiunti».

Nel suo ruolo di Direttrice dell’Osservatorio, qual è la sfida più grande, quella che la appassiona di più?
«L’obiettivo principale di tutti gli Osservatori è fornire dati, analisi, modelli, per far crescere i mercati di riferimento. Sfida non semplice. Al momento, quello che vogliamo fare è diffondere la conoscenza, perché la tecnologia dei droni è ancora nella sua fase iniziale ed è bene farne capire le potenzialità e i benefici. Da questo punto di vista, è bello lavorare in questo settore perché c’è tanto fermento, c’è tanta voglia di fare sperimentazioni, di introdurre tecnologie innovative.

Un altro aspetto importante è la nascita di relazioni: in questi primi tre anni e mezzo di attività abbiamo visto nascere diverse collaborazioni tra aziende che si sono conosciute grazie all’Osservatorio, che hanno visto una complementarietà nelle proprie offerte e stanno provando a fare qualcosa di importante insieme. Se riusciamo a far sì che si passi dalle parole alle azioni, abbiamo fatto centro».


Paola Olivares ha conseguito la laurea in ingegneria gestionale presso il Politecnico di Milano e lavora presso gli Osservatori Digital Innovation dal 2014. Attualmente, ricopre il ruolo di direttrice presso l’Osservatorio Digital B2b e l’Osservatorio Droni, ed è responsabile della gestione di alcuni importanti clienti e della valutazione dell’impatto delle ricerche. In precedenza, ha lavorato alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e all’Export digitale.

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Aggiornato il 05/15/2024

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